Falò digitali

 

Il falò è catarsi. Su questo angolo di Europa c’erano i celti prima che arrivassero i coloni etruschi e poi quelli romani e poi i longobardi e poi gli spagnoli e poi gli austriaci e poi i francesi e poi i fascisti e i democristiani e poi i leghisti…

Dai Celti abbiamo imparato a bruciare la vecchia. Lo si fa ancora in gennaio. Un momento in cui ci si regala luce, calore e musica in un periodo buio, freddo, di silenzio e solitudine.

I falò sono un modo per purificarsi per rinnovarsi, cominciare da capo.

Almeno così speriamo.

I miei falò erano fatti di pagine di carta scritte con calcoli e frasi in cui non mi riconoscevo più. Avevo la stufa economica bianca con gli anelli concentrici di ghisa che chiudevano la camera di combustione. Bruciare la “cacata carta” era un modo per liberare spazio, rifiutare il proprio lavoro immaturo e scaldarsi.

Con Pivetti e Maroni, il più bravo e il più disgraziato della classe 4 Caz, ci abbiamo fuso il piombo con la mia stufa. Per fare due palle di piombo di 18.5 kg ciascuna e quindi tentare di verificare la legge di gravitazione universale. A rifare l’esperimento di Cavendish non ci saremmo riusciti ma è stato divertente. Così abbiamo anche testato la resistenza della stufa. Le palle erano fatte e per festeggiare la riuscita dell’operazione ci siamo bevuti una bella birra fresca. Era birra edile, che i muratori comprano a quintali insieme al cemento e ai mattoni.

Poi i due se ne sono tornati a casa in motorino.

Ora si scrive in bit invisibili su un supporto elettronico, bit fatti di elettroni che passano o non passano in qualche strato di silicio. Non ha più senso bruciare le proprie opere scritte. Bisognerebbe stamparle e poi bruciarle. Un dispendio insopportabile di energie. Fisiche, organiche e psichiche.

Come fare dunque per liberarsi della memoria dei nostri pensieri abortiti?

Come direbbe l’argentino, finirà tutto nell’oblio. Insieme ai pensieri che più ci piacevano.