Scoperto un magnetar che emette lampi gamma


Nella Galassia dello Scultore è stato trovato un magnetar che emette lampi di raggi gamma, cosa finora mai scoperta. Andiamo a scoprire lo studio.


Cos’è un Magnetar

Un Magnetar è una tipologia di stella di neutroni – corpi estremamente densi generati dal collasso di una stella molto massiccia, ma con una massa non sufficiente per generare un buco nero – e la sua particolarità, come suggerisce il nome, è l’intenso campo magnetico che va dai 1013 ai 1015 G (campo terrestre). Generalmente si pensa che un magnetar si genera da una stella che ha già un forte campo magnetico (wikipedia).

Rappresentazione di un magnetar

Lo studio del Fermi LAT

Il 13 gennaio 2021 uno studio su nature ci riporta che il Large Area Telescope situato sul Fermi Gamma Ray Telescope ha rilevato un segnale di GeV (Gigaelettronvolt) proveniente dalla Galassia dello scultore. Sembra che tale segnale derivi da un lampo energico di un magnetar (l’articolo sostiene precisamente che il lampo costituisce il prodotto di un flusso relativistico). Questa scoperta è interessante perchè finora – eccezioni escluse – sono sempre state rilevate emissioni di grandi quantità di raggi X e mai simili lampi gamma.

Rappresentazione della Galassia dello scultore, NGC 253

Il Fermi Gamma-ray Large Area Space Telescope

Questo telescopio spaziale, orbitante intorno alla Terra è stato già al centro dell’attenzione per quanto riguarda lo studio delle radiazioni emesse dagli oggetti galattici. Il team della NASA che lo dirige, assieme a scienziati Italiani, Francesi, Tedeschi, Giapponesi e Statunitensi, è a caccia dei raggi del cosmo per capirne il funzionamento, dando un grande contributo alla ricerca dei Quasar, Buchi Neri, Stelle di Neutroni ecc…

Il telescopio è in grado di analizzare radiazioni elettromagnetiche che vanno dai 8 keV ai 300 Gev. Lanciato nel 2008, il Fermi GLAST deve il nome l pioniere italiano della fisica Enrico Fermi. (NASA)

Fonti

Pagina wikipedia “magnetar”.

Il sito della NASA del Fermi GLAST.

Lo studio pubblicato su Nature.

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